venerdì 8 febbraio 2019

Al lupo! Al lupo! Il ritorno del lupo in Ossola

Benvenuto lupo? Mi piace iniziare queste brevi note storiche con la stessa domanda posta in apertura del catalogo di “Tempo di lupi. La storia di un ritorno”, mostra esposta al castello di Vogogna e realizzata nell'ambito del progetto Life WolfAlps conclusosi lo scorso anno, progetto (e mostra) a cui ho collaborato tra il 2013 e il 2018.

Ieri, 7 febbraio 2019, è stata ufficializzata dal "Network Lupo Alpi" la presenza in Valle Strona e in Bassa Ossola della prima coppia stabile di lupo del Verbano-Cusio-Ossola, a dieci anni di distanza dall’arrivo in Ossola della prima pioniera, la femmina F31, rimasta poi senza discendenza e a otto anni dal rinvenimento del cadavere di un maschio di circa due anni, recuperato nel gennaio del 2011 sulla massicciata della ferrovia a Prata di Vogogna (e ora esposto, con altri esemplari imbalsamati, nel Castello di Vogogna).

Colgo questa occasione per riprendere alcune note storiche già pubblicate negli scorsi anni.


La presenza del lupo e la sua interazione con l’uomo dal medioevo all’inizio del Novecento nel territorio della nostra provincia sono già state illustrate da Franca Sgarella per l’Ossola e le sue valli e da Enrico Rizzi per il Cusio e la valle Strona, mentre per il Verbano e la Val Grande i dati storici sono dispersi su pubblicazioni varie, dati che ho tentato di raccogliere e commentare in un mio scritto del 2010, con la consapevolezza che molti fondi archivistici celano testimonianze importanti a noi sconosciute.

Tra il XVIII e il XIX secolo segnalazioni arrivano da Vogogna, Cuzzago, Premosello, Malesco, Finero, Ungiasca e Intragna, tanto per citare alcuni dei paesi che confinano con la Val Grande. Nel 1909 il giornale “La Vedetta” riporta che: «In passato le selve dei Pizzoni sopra Intragna erano foltissime, anzi dai picchi della Marona razziavano durante l’inverno orde di lupi entro le boscaglie; ed i legnaioli che fossero così bravi da portarne uno al Pretore di Pallanza, ricevevano una taglia di quaranta soldi imperiali».

Già gli statuti del Borgo d’Intra, Pallanza e Vallintrasca nel 1393 regolamentavano l’obbligo di consegnare i lupi al podestà: «Se qualcuno abbia consegnato un lupo di taglia grossa catturato sul territorio della comunità, avrà diritto a quaranta soldi imperiali prelevati dai fondi comunitari, mentre gli spetteranno dieci soldi per uno di taglia piccola. […]. Lo stesso riconoscimento gli sarà dato quando abbia consegnato almeno la pelle del lupo con la testa e le quattro zampe».

Anche in altri statuti ossolani e verbanesi si trovano norme che riguardano i lupi. A Viggiona, ad esempio, gli statuti fine-cinquecenteschi imponevano ai capifuoco di fornire alla comunità un membro per famiglia al fine di cacciare il lupo, quando avvistato o nel caso avesse recato danni agli armenti; se poi si fosse gridato “al lupo” senza motivo, e dunque ingenerando scompiglio e terrore nel paese, l’incauto sarebbe stato multato pesantemente.

Talora non bastavano neppure le norme di “ pubblica sicurezza”. Si ricercava allora la protezione divina; non radi sono cappelle e santuarietti, edicole, immagini ed ex voto dedicati alla Madonna, protettrice degli armenti e dei pastori: i toponimi della “Madonna della Lupera”, “Madonna del Bosco”, “Cappella del Lupo” restituiscono l’eco lontana di antichi timori, e ancor più antichi miracoli o salvifici interventi divini. Addirittura, in molti paesi per secoli si ricorse alle cosiddette “messe del lupo”, tradizione sopravvissuta solo a Forno di Valstrona, dove il 14 febbraio, giorno di San Valentino, dal 1762 viene celebrata una messa serale, ancor oggi definita “messa del lupo”, durante la quale viene esposta la reliquia del Santo. Il patrono degli innamorati, infatti, è anche il martire che protegge dalle incursioni di questi animali.

Uno dei metodi di cattura più diffuso era costituito dalle “luere”. La luera era una rudimentale quanto efficace trappola per lupi, scavata nel terreno con un diametro e una profondità sufficienti per catturare i lupi, che venivano attirati sul luogo da esche quali agnelli o bocconi di vario tipo. Nel territorio valgrandino sono diversi i toponimi ricordanti le luere: tra la Val Manau e la Val Cavrì (colle delle Luvér), nel comune di Cossogno; ad Aurano e precisamente nelle vicinanze di Piaggia; a Caprezzo presso la Cappella della Porta e ad Intragna; sopra Prata di Vogogna, nelle vicinanze dell’alpe Aurinasca. Inoltre, nei pressi di Cortepiano (Cossogno), è presente una “Tana del Lupo”.


Testimonianze dirette della presenza del lupo nelle valli intrasche erano già state raccolte da Nino Chiovini. Lo storico verbanese aveva recuperato un libro mastro della comunità di Ungiasca, in cui erano registrate le spese sostenute tra il 1727 eil 1767. Scrive Chiovini: «A quell’epoca lo sterminio dei lupi non era ancora concluso. Nel 1735 sono infatti registrati un premio di dieci soldi a Domenico Chiovino “per un luppo”, un altro di egual entità a Bartolomeo Scolaro e un terzo al medesimo, ma di metà valore, forse perché si trattava di un esemplare giovane. Nel 1736 venne paghata a Bartolomeo Fornaro una giornata e “per due luppi” (L. 2 e soldi 8). Per trovare un’analoga annotazione si deve andare fino al 1761; poi anche i lupi scomparvero».
Ad Ungiasca erano oramai abituati a convivere con il lupo, tanto che proprio da qui sembra essersi diffuso il gioco dii pévèr e dul lüv, come già ho raccontato in Vallintrasche 2009.
Per restare nell’ambito verbanese, da un documento del 30 gennaio 1808 scopriamo che «i lupi arrecano danni continui nei comuni del distretto. Uno è stato scorto poco prima nei dintorni [di Arona, NdA], quattro o cinque nella Valle Strona e diversi altri nei cantoni d’Intra, Cannobio e Orta, ove generano e anzi, non di rado, i pastori li catturano ancora cuccioli nei loro “covaccioli”. […] Nei boschi vicino ai monti di Mergozzo, gli abitanti di Chignolo hanno seguito le tracce di un lupo e ne hanno rinvenuto il covile, nel quale fu trovata una testa di capra». Sempre nel 1808, il 2 di novembre, ad Arona «il viceprefetto del dipartimento consiglia al prefetto di Novara una caccia generale ai lupi, invitando tutti i cacciatori del distretto a presentarsi volontari e poi, scortati da un coraggioso corpo di guardie nazionali, dividersi in drappelli, per dar la caccia nei luoghi più frequentati da quelle bestie».
A Gravellona Toce, il 17 luglio 1813, si segnala che sono stati avvistati tre lupi e che questi si sono limitati a razziare qualche oca. Per evitare che provochino vittime anche tra gli uomini, il sindaco viene invitato a prendere pronte misure «contro un flagello così terribile».
Le verifiche, come abbiamo letto, erano meticolose. E la consistenza dei premi rimase inalterata nei decenni successivi, come desumiano da quanto dalla notizia pubblicata su Il Lago Maggiore il 25 novembre del 1860, quando «certo Bianchetti Giovanni Antonio da Mergozzo la scorsa settimana a colpi di fucile uccise un lupo di smisurata grossezza, e lo portò all’Ufficio d’Intendenza per constatare il fatto e prendere il premio di lire 50 fissato dalla legge». 

In Val Grande sembra che l’ultimo lupo sia stato ucciso presso la colma di Belmello, in Val Grande, nella prima metà del XIX secolo: «Nel 1848 un grosso lupo causava il terrore degli abitanti di Cicogna e del loro bestiame. Fu catturato da un giovane cacciatore, Pietro Benzi che all’epoca aveva 15 anni, nipote del parroco di Cicogna. (…) Il lupo fu issato su due pali e fu portato in trionfo per la valle, per il sollievo di tutta la gente che non finiva di ringraziare il cacciatore prodigio che liberò la valle da un grosso pericolo».



Al 1927 risale invece l’ultima uccisione di un lupo sui monti della nostra provincia. Fu tale Giovanni Borghini a ferire mortalmente un lupo che lo aveva aggredito all’alpe Mazzucher, sui monti di Pieve Vergonte, fatto che si meritò una tavola del pittore Achille Beltrame su “La Domenica del Corriere”.



Nel gennaio del 2011 in località Prata in Comune di Vogogna sui binari ferroviari in prossimità dello sbocco della galleria, fu ritrovata la carcassa di un canide deceduto a causa dell’impatto con un treno.
L'animale suscitò immediatamente la curiosità del vigile di Vogogna che avvertì gli agenti del Corpo Forestale dello Stato, della Polizia Provinciale che a loro volta chiamarono un esperto faunistico in quanto l’animale sembrava avere tutte le caratteristiche di un Lupo.
Dopo alcuni giorni l’esemplare fu mandato all’istituto zoo-profilattico di Torino per essere sottoposto ad analisi volte ad accertarne scientificamente l’identificazione.
Dalle prime indagini risultò trattarsi proprio di un esemplare di lupo, per altro uno dei più grandi ritrovato in Piemonte (si trattava di un giovane maschio dell’età di 2-3 anni e del peso di 34 kg).
Da ulteriori analisi effettuate dal laboratorio di genetica “Carnivore Genetic Lab RMSR USFS” in Montana, USA, è stato confermato che si trattava di un lupo appartenente al ceppo italico, ma di cui non si avevano campioni precedenti; non è stato dunque possibile risalire alla zona né al branco di provenienza di questo primo esemplare ritornato in questa area dopo tanto tempo.

Nel 2018, a chiusura del catalogo della mostra "Tempo di lupi", scrivevamo: «Abbiamo però la prova che il lupo può raggiungere anche il nostro territorio e sperare che la prossima volta il suo viaggio di ricerca di un nuovo territorio possa concludersi in modo migliore». E così è stato.

Ora, però, occorre proseguire il lavoro iniziato negli anni scorsi con il progetto "Life Wolfalps. Il ritorno naturale del lupo sulle Alpi" (tra i partner del progetto c'erano anche il Parco Nazionale Val Grande e le Aree protette dell'Ossola), soprattutto con una corretta comunicazione, indispensabile per diffondere la conoscenza della specie, sfatare falsi miti e credenze e ridurre la diffidenza nei confronti del lupo, così da garantire la conservazione di questo importante animale sull’intero arco alpino.

Uno dei due lupi presenti in Ossola dall'inizio del 2019 "catturato" da una foto trappola del Network Lupo Alpi
(foto Aree Protette dell'Ossola)

Bibliografia

Aa.Vv., Tempo di lupi, catalogo della mostra allestita a Vogogna, 2018.
F. Copiatti, K. Giroldini, «Dai picchi della Marona razziavano durante l’inverno orde di lupi». Il lupo nel Verbano tra XIV e XIX secolo ( 1300-1800), in Vallintrasche 2010, pp. 23-37.
F. Copiatti, Le pecore e il lupo. Giochi incisi sulla pietra, in «Vallintrasche», 2 (2009), pp. 7-11.
F. Copiatti, Il ritorno del Lupo Cerviero, in «Verbanus», 22 (2001), pp. 518-519.
M. Comincini, La bestia feroce. Quando i lupi magiavano i bambini nell’Italia padana, Vigevano, 1991.
N. Chiovini, Le ceneri della fatica, Milano, 1992, p. 94.
F. Sgarella, Tempo di lupi, in «Oscellana», 2 (1971), pp. 70-80.
E. Rizzi, A proposito di lupi e di preti, in «Lo Strona»a. II, n. 3 (luglio-settembre 1977), pp. 25-27.
Per il lupo di Cicogna si veda L’ultimo lupo, «Tacuin de Cusogn par el 2005», Cossogno 2004. Altre fonti, ad esempio T. Valsesia, Val Grande ultimo paradiso…, cit., p. 116 e P. Crosa Lenz, Val Grande escursioni storia natura, Grossi, Domodossola, 1996, p. 135, fanno risalire l’episodio agli anni a cavallo tra ’800 e ’900 e identificano il luogo dell’uccisione nell’alpe Belmello. Di certo si sa che Pietro Benzi nacque a Cicogna nel 1832 e vi morì nel 1906, cfr N. Chiovini, A piedi nudi, Vangelista, Milano 1987, p. 120.
G. Frangioni, La memoria del lupo, in «Le Rive», n. 5-2005, pp. 57-64.

T. Valsesia, Storie di lupi, in “Eco Risveglio Ossolano”, 27 marzo 2008, p. 14

© Fabio Copiatti

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