domenica 8 dicembre 2019

Lupi in Valle Intrasca: una tragedia di quattro secoli fa

Di lupi ho già scritto in questo blog l'8 febbraio 2019 (Al lupo! Al lupo! Il ritorno del lupo in Ossola), quando il "Network Lupo Alpi" confermò la presenza della prima coppia stabile di lupo del Verbano-Cusio-Ossola.
Torno a parlarne oggi, dopo che le indagini genetiche hanno confermato che i lupi vaganti sul territorio provinciale in primavera erano quattro e, soprattutto, a seguito di un nuovo avvistamento in alta Valle Strona, dove Matteo Cerini, figlio del proprietario di un gregge, è riuscito a riprendere l’attacco di alcuni lupi alle sue capre. Altra segnalazione è poi arrivata dalla Valle Anzasca, dove a Macugnaga, frazione Isella, il 5 dicembre sono stati visti 5 lupi.
Impossibile al momento avere un’idea del numero di lupi presenti sulle montagne della provincia del VCO, «Quello che sappiamo – ha spiegato Cristina Movalli dal Parco Nazionale Val Grande a VcoAzzurraTv – è che si muovono su un territorio molto ampio che va dalla Valle Strona all’Anzasca, si tratta di circa 250 km quadrati». Sono pericolosi per l’uomo? Istintivamente i lupi scappano prima dell’incontro con l'uomo, una presenza, quella umana, che loro riescono a captare ad ampia distanza. Per altro anche nella caccia la loro preferenza va all’animale selvatico prima che verso quello domestico. «Nel caso, non bisogna comunque mai cercare di avvicinarli, magari per fotografarli, o dar loro da mangiare» rimarca sempre Cristina Movalli.
Queste notizie, e soprattutto l’attacco al gregge di capre, mi hanno ricordato un fatto lontano, accaduto quattro secoli fa in Valle Intrasca e documentato da vetuste carte che ritrovai anni fa all’Isola Bella, presso l'archivio storico della famiglia Borromeo.


Una tragedia di quattro secoli fa

Corre l’anno 1672. Uno o forse più lupi verso la metà di giugno calano dal Pizzo Marona verso i pascoli di Intragna. Capre e pecore non sfuggono alla voracità di questi affamati predatori. Un giovane del paese, Giacomo Lomazzo, sta accudendo le pecore del padre proprio su quei monti. Forse assiste inerme e impaurito all’aggressione del gregge, forse lo ha lasciato incustodito e solo al sopraggiungere del padre si accorge di quanto è avvenuto. Nei giorni che seguono per il ragazzo la vita prosegue come sempre, tra i lavori in campagna e il pascolo, fino a che un profondo malessere lo assale e in poco tempo muore.


Si tenta si capire cosa possa essere accaduto. Che sia morto «per haver egli mangiato in abondanza carne di capra uccisa dal lupo»? Vedremo in seguito quale tragedia familiare si potrebbe celare dietro questa morte.
Del fatto si parla in tutta la valle e viene riportato in due lettere scritte da un funzionario di casa Borromeo, Giulio Cesare Maffei, a un corrispondente non meglio identificato, ma probabilmente il podestà intrese.
Giacomo, figlio di Giovanni Antonio Lomazzi, muore a ventuno anni nella casa paterna a Intragna. Viene sepolto il dì seguente nella chiesa parrocchiale. Era nato in quel villaggio nel 1651, come si legge nell’atto di battesimo vergato il giorno 8 giugno da don Vittore Grignaschi, curato della chiesa di S. Giacomo.
Quella di Giacomo non era stata morte improvvisa. Infatti, il parroco aveva avuto il tempo di amministrare la confessione e gli altri sacramenti il mercoledì 30 giugno.
La morte del giovane non lasciò indifferenti gli abitanti del paese. Già l’ultima volta che in quel funesto 1672 le campane della chiesa di S. Giacomo avevano suonato “a morto” era stato per due giovanissime anime, i fratelli Giovanni Antonio di anni 6 e Margherita di anni quattro, figli di Antonio Rubeus, portate via lo stesso giorno, giovedì 10 febbraio, da chissà quale malattia o disgrazia. E ora a rattristare la comunità piombava quest’altro decesso senza apparenti spiegazioni.
Era da qualche giorno che Giacomo stava male, ma non se ne capiva il motivo. Che ci fosse qualche relazione con il fatto delle pecore e delle capre uccise dai lupi venti giorni prima? Alla morte del giovane, avvenuta probabilmente nella sera di quel primo giorno di luglio, il console di Intragna non esitò un attimo a scendere a Intra, nonostante fosse ormai notte, per avvisare dell’accaduto il funzionario borromeo Giulio Cesare Maffei, che prontamente la mattina si recò sul luogo per verificare di persona quanto raccontatogli: «Giovedì pross.o [NdA, nel senso di “prossimo passato” o “prossimo scorso”, nda] circa le due di notte, dal Console d’Intragna fu denontiata la morte di Giacomo figl.lo di Gio. Ant.o Lomazzo pure d’Intragna, con dubio possa quella esser seguita per eccessive percosse dategli alcuni giorni sono dal d.o proprio Padre al Monte, havendo ritrovato colà che il med.o figliuolo, a cui haveva lasciata la cura delle pecore, n’havesse lasciato mangiar alcune dal lupo».


L’ira del padre, alla scoperta che il gregge era stato decimato dai lupi, era stata incontrollabile e nonostante il figlio non fosse più un ragazzino – o forse proprio per tale motivo – si era scagliato contro di lui con particolare violenza. Possiamo solo immaginare i sensi di colpa di Giacomo – se mai qualche colpa potesse aver avuto – e la passività con cui subì le percosse del padre.
Poteva essere questa la causa della sua morte? Il Maffei non era disponibile a lasciar che un simile delitto restasse impunito e scrisse subito a Novara per poter ottenere il permesso di riesumare il corpo del Lomazzi e sottoporlo ad autopsia: «Immediat.te per messo a posta si supplicò a Novara dal superior ecclesiat.co licenza della dishumatione per far la visita, e con l’arrivo di quella, mi son riportato questa mattina sul far del giorno di novo ad Intragna con l’Attuario e duoi Chirurgi, e dishumato il cadavero, e spogliato alla meglio, per esser di già infracidito, e del tutto sformato, non s’è potuto conoscere segno alcuno di percossa, per esser ridotto tutto in un marciumme. Onde li Chirurgi stimmorno che quando bene l’havessero aperto e sventrato, non haveriano potuto discernere se vi fosse stato qualche male interiore per segno di percossa esteriore, per esser di già tutto in fracidume; onde s’ordinò doppo prima riconosciuto il cadavero si riseppellisse. Non si mancarà d’ogni diligenza per rintracciare il vero, e fra tanto ad ogni buon fine il s.r Podestà ha ordinato la descrizione de beni né a tal causa si porrà mano senz’ordine di V.S. Ill.ma alla quale non mancarò suggerire quanto risultarà et in tal mentre le faccio hum.ma riverenza».
Intanto in paese prendeva sempre più corpo la convinzione che non fossero state le lesioni causate dalle percosse del padre a provocare la morte di Giacomo Lomazzi. Non sappiamo se per ammissione del padre o della madre, oppure di qualche altro famigliare, ma si venne a sapere che il giovane aveva mangiato la carne di una capra parzialmente divorata dal lupo. È sempre il nostro “cronista” Giulio Cesare Maffei ad informarci di ciò, quando il 10 luglio in una lettera al solito conte Borromeo scrive che a proposito della morte del Lomazzi di Intragna: «[…] non risultano informationi provanti, che per presuntione; anzi vien deposto che tal morte fosse cagionata da flussione di sangue per haver egli mangiato in abondanza carne di capra uccisa dal lupo, come per l’istessa cagione vi siano altri sotto il med.° male. Resta d’essaminarsi chi doppo la morte lavò il cadavero, e chi le possa esser stato assistente nell’infermità, ma stragiudicial.te [NdA, da intendersi: extragiudizialmente, fuori da processo o indagini] s’intende debba riuscire leggiera la colpa come che costui doppo ricevute per correttione alcune battiture dal Padre, sia sopravisciuto circa venti giorni continoando la solita sua cura alle pecore et essercitandosi nelle solite sue fatiche. Io non mancarò d’adoprarmi tutto al mio debito per rintracciarne indicji più forzosi […]».
La paura di contaminazione da carni “lupate”, cioè uccise dal lupo, è codificata in statuti e regolamenti di varie comunità rurali come divieto della consumazione e prima ancora della sua vendita. Già nel VIII secolo, Egberto, vescovo di York morto nel 766, esortava: «Se un lupo di qualunque genere ha straziato una pecora, e questa poi muore, nessun uomo la tocchi». E sette secoli dopo a Penne, in Abruzzo, si vietava ai macellai la vendita di “carni lupate”.
Una paura influenzata da un immaginario popolare che, come si è visto in precedenza, vede nel lupo influenza malefiche ma anche dettata, con il trascorrere dei secoli, da prudenza per la salute dell’uomo.

Non sappiamo – allo stato attuale delle ricerche – se le indagini del Maffei portarono all’accertamento della verità. Giacomo Lomazzi aveva forse consumato la carne di una capra aggredita e uccisa dai lupi perché già malata e pertanto probabile veicolo di infezioni? Ci fu un concorso di cause che vide il giovane indebolito nel fisico dalle percosse del padre e pertanto incapace di combattere l’eventuale infezione contratta?
Sono interrogativi che a distanza di trecento e trent’anni restano senza risposta: e a farne le spese, dipinto nell’immaginario collettivo verbanese e ossolano come bieco assassino e feroce brigante dei boschi e delle greggi, finisce, da sempre, invece che qualche componente dell’umana natura, «il lupo cattivo».

Bibliografia

Aa.Vv., Tempo di lupi, catalogo della mostra allestita a Vogogna, 2018.
F. Copiatti, K. Giroldini, «Dai picchi della Marona razziavano durante l’inverno orde di lupi». Il lupo nel Verbano tra XIV e XIX secolo ( 1300-1800), in Vallintrasche 2010, pp. 23-37.
F. Copiatti, Al lupo! Al lupo! I grandi predatori nel Verbano Cusio Ossola tra XIV e XIX secolo, relazione al convegno La presenza storica dei grandi predatori nel Piemonte orientale, Varallo, 23 novembre 2019, CAI di Varallo ed Ente di gestione delle Aree protette della Valsesia.
Il carteggio riguardante la morte di Giacomo Lomazzi è conservato in Archivio Borromeo Isola Bella, Fondo Feudi, Intra, Officii, Carteggi 1672.
Gli atti di morte e di battesimo della parrocchia di Intragna sono conservati presso l’archivio parrocchiale di Cambiasca.

© Fabio Copiatti

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