lunedì 29 giugno 2020

"Lo vidi saltare sul posteriore di una vacca al pascolo": la presenza storica dell'orso tra Verbano e Ossola

L’orso sembra essere tornato sui monti delle Valli Intrasche. Dalla destra orografica dell’Ossola, dove le segnalazioni sono documentate così come i danni fatti alle arnie di alcuni apicoltori, potrebbe aver attraversato la valle e aver trovato rifugio sui monti tra la Val Pogallo e la Valle del San Giovanni.
Sono in corso da parte della Polizia Provinciale e dei Carabinieri Forestali le dovute verifiche relative agli avvistamenti avvenuti nella piazza di Gonte, comune di Oggebbio, e al Pian Vadà, dove un pastore, trovata una sua capra sbranata, nella nebbia avrebbe visto materializzarsi la sagoma inconfondibile del grosso plantigrado.


Quello dell'orso è un ritorno, dopo almeno due secoli di assenza. Carte d’archivio, statuti e testimonianze dirette, che ho illustrato recentemente in occasione di un convegno tenutosi il 23 novembre 2019 a Varallo Sesia, ne documentano la presenza storica in queste Terre tra laghi e Alpi.
Taglie per la cattura di lupi, orsi e «similes alias bestias ferinas» sono stabilite negli Statuti e Ordini di varie comunità ossolane e verbanesi: Cannobio nel XIII sec., Domodossola (Statuto della Curia di Mattarella) tra XIII e XIV sec.; Intra Pallanza e Vallintrasca nel 1393; Val Formazza nel 1486; Valle Antigorio nel 1583; Crevoladossola nel 1607, Valle Vigezzo nel 1764, tanto per citarne alcuni.
Ad esempio, gli statuti del plebato di Cannobio ci informano sulla caccia ai lupi e agli orsi e sulla vendita de salvadexinis, più probabilmente caprioli, camosci, fagiani, pernici.
Curiosa è poi la norma contenuta negli statuti fine-cinquecenteschi di Viggiona, paese collinare affacciato sul Lago Maggiore. S’imponeva infatti ai capifuoco di fornire alla comunità un membro per famiglia al fine di cacciare il lupo (e pure l’orso e altre bestie feroci), nonché quando avvistato o nel caso avesse recato danni agli armenti; se poi si fosse gridato “Al lupo!” senza motivo, e dunque ingenerando scompiglio e terrore nel paese, l’incauto sarebbe stato multato pesantemente.
Per la Val Vigezzo, Cavalli nel 1845 racconta dell’invasione di «...una insolita turba di lupi e orsi...» avvenuta nel 1796«Costituivano questi voraci ospiti una nuova e ben grave calamità per la Valle, dappoichè ogni giorno decimavano gli armenti, e minacciavano persino gli uomini, se osato avessero di contrastar loro le prede. Grande era perciò lo spavento, generale la costernazione di tutti i Vigezzini».



A proposito di orsi, giova ricordare che questi tra Verbano e Ossola erano presenti ancora nel primo Ottocento, come risulta da una Notificanza del Vice Intendente della città e provincia di Mortara in cui si legge: «La comparsa di due Orsi nella Provincia di Pallanza avendo eccitata l’Autorità Superiore ad esplorare da S.M. quale debba essere il premio da corrispondersi a’ predatori di tale fiere, si è la M.S. spiegata in udienza del giorno 6 andante mese essere sua precisa mente che, in proposito di retribuzione, siano questi equiparati agli uccisori de’ Lupi ordinarj».
Nelle risposte inviate dai vari Comuni al questionario definito “Rapporto informativo riguardo la presenza di lupi e loro perniciosità” del Dipartimento Sanità del Magistrato dell’Agogna - Anno 1807 - (Archivio di Stato di Novara), risulta la presenza di orsi nei territori delle comunità di Domodossola e Vogogna.
La presenza storica di questo grande mammifero sulle montagne verbanesi è ricordata anche dai toponimi: "Tana dell’orso”, dato a un luogo poco distante dall’alpe Sunfaì, sui monti di Intragna e "Orsera" per una località sopra a Premeno.
L’ultimo orso sembra essere stato ucciso nel 1828 a Calasca. Un altro era stato abbattuto pochi anni prima, nel 1815, ad Anzino, sempre in Valle Anzasca, mentre l’ultimo avvistamento del plantigrado sembra essere avvenuto all’alpe Orsera in Valle Vigezzo attorno al 1850.
Eccezionalmente interessante è infatti la testimonianza di Giacinto Bergamaschi (Malesco 1894-1976), raccolta da Angelo Garanzini. Come scrive Leonardo Mostini, «il Bergamaschi riferì che suo nonno, in data di poco antecedente al 1850, aveva visto un orso in località Orsera di Malesco saltare sul posteriore di una vacca al pascolo, lasciandole sulla pelle la strisciata degli unghioni delle due mani [zampe anteriori, N.d.A.], una volta messo in fuga». È sorprendente quanto la descrizione dell’attacco dell'alpe Orsera collimi con le parole di Louis Figuier (Montpellier, 1819 - Parigi, 1894) in Vita e costumi degli animali: i Mammiferi, pubblicato nel 1869: l’orso «di rado aggredisce il grosso bestiame. Va ad aspettare le vacche presso l’abbeveratoio, salta loro sul dorso, e prendendole per le corna, dilania loro la nuca, finché le abbia uccise».
Dopo questo fatto fu cambiato il nome dell'alpe in Orsera, toponimo comunque diffuso in altre località alpine?



Anche la sua “ingordigia” di miele è testimoniata nel passato, come ricorda questo documento conservato nell’Archivio di Stato di Torino, la deposizione fatta dal sindaco di Balmuccia Francesco Bertolo di Guaifola nel 1600 in relazione ai danni provocati da lupi e orsi in Valsesia: «So esservi un alpe nel Folecchio e denominato l’alpe della Bunda il quale più non si carica di bestiami per esser quello molto frequentato da lupi e orsi, havendo io stesso veduto in detto alpe una vacca stata ammazzata da un orso... e oltre il danno che gli orsi vi apportano ai particolari nelli loro bestiami, ne apportano nelli alveari che quasi tutti li particolari sono soliti tenere, destruendo tali alveari e mangiando il miele in quelli esistente: anzi nell’estate dell’anno hor scorso sono stati distrutti tutti li alveari che si trovavano nelle case di tre o quattro particolari della Balma di Fervento e nell’estate hor scorsa ne sono stati distrutti degli altri a Rossa, Piode, come in questo luogo ho io osservato... ».
Questa deposizione sembra oggi veramente un racconto da favola, conclude don Erminio Ragozza, prete ossolano, che la raccolse e la pubblicò.

Il ritorno naturale di lupo, orso e lince va ora gestito, senza demonizzare questi predatori ma, allo stesso tempo, fornendo agli allevatori ogni possibile strumento di prevenzione e difesa che non preveda, ovviamente, la loro uccisione.
La montagna ha bisogno dei grandi predatori, estremamente funzionali alla corretta conservazione della nicchia ecologica che dominano, ma anche dei pastori e dei loro animali che mantengono in vita alpeggi, pascoli e tradizioni.

Occorre fare ogni sforzo per mitigare i conflitti tra questi nobili carnivori e le attività umane.

Gli atti del convegno di Varallo La presenza storica dei grandi predatori nel Piemonte orientale saranno presto disponibili.


Bibliografia

Cavalli C. (1845) - Cenni statistico-storici della Valle Vigezzo, Torino.
Copiatti F. (2011) - «Che niuna persona ardisca tagliare vintene o lengistre». Governo e sfruttamento del bosco in statuti e regole del Verbano medioevale e moderno, in Viganare, stramare, buscagliare. Il bosco, bene comune, il suo uso, la sua gestione ieri e oggi, Ghiffa, pp. 18-19.
Copiatti F. (2019) - «Al lupo! Al lupo!». I grandi predatori nel Verbano Cusio Ossola tra XIV e XIX secolo, relazione al convegno La presenza storica dei grandi predatori nel Piemonte orientale, Varallo, 23 novembre 2019, CAI di Varallo ed Ente di gestione delle Aree protette della Valsesia.
Frangioni G. (2005) - La memoria del lupo, in Le Rive, n. 5, pp. 57-64.
Frigerio P. e Pisoni P.G. (1984) - Brissago medievale nei suoi statuti: secoli XIII-XVI, Locarno, A. Dadò.
Frigerio P. e Pisoni P.G. (1986) - Pallanza 1818. Orsi d’eccezione e lupi ordinarj, in Verbanus, n. 7, p. 354.
Mariani C. e Pisoni P.G. (1987) - Verbania premesse medievali: gli statuti del 1393 secondo un'antica stampa e nell'interpretazione italiana, Intra, Alberti.
Mostini L. (1997) - Distribuzione storica del lupo (Canis lupus) e dell’orso (Ursus arctos) nelle province di Novara, Verbania e in Valsesia (VC), in Rivista Piemontese di Storia Naturale, n. 18, pp. 311-318.
Pagani F. e Pisoni C.A. (2011) – «Per non dubitar de’ lupi», in Vallintrasche 2011, Germignaga, Magazzeno Storico Verbanese, pp. 15-19.
Ragozza E. (1981), Alpi, orsi e… alpicoltori a convegno, in Il Verbano, 14 marzo 1981.

martedì 5 maggio 2020

"Balconi fioriti": dal 1912 una festa originale a Caprezzo


La tradizione florovivaistica verbanese è conosciuta in tutto il mondo e risale al XIX secolo. Il terreno e il clima unico di questa zona tra Lago Maggiore e monti, l’esperienza di ormai due secoli di coltivazione e l’amore per i fiori da parte di tante aziende e giardinieri impegnati a mantenere parchi e giardini pubblici e privati, alimentano bellezza, turismo ed economia.
L’amore per i fiori, nel 1912, contagiò anche un paese della Valle Intrasca, Caprezzo, che inaugurò – credo primo in tutto il Verbano – l’iniziativa “balconi fioriti”.

Una delle cartoline floreali in vendita a Caprezzo nel secolo scorso

In Francia ma anche in Italia, già tra fine Ottocento e inizio Novecento, concorsi dedicati ai “Balconi fioriti” si diffusero rapidamente, soprattutto nelle grandi città come Parigi o in località di villeggiatura come Sanremo e Viareggio.
A Caprezzo questa fu una proposta che si mantenne almeno fino al 1933, come riportato anche sul giornale La Gazzetta: «L’iniziativa dei balconi fioriti. Il senso di gentilezza del nostro popolo appare anche dalla cura con cui molte famiglie coltivano i fiori e li espongono ai balconi abbellendo così insieme e le loro case ed il paese. In questi giorni abbiamo avuto modo di ammirarne alcuni veramente graziosi di questi balconi adorni di gerani in fiore e di garofani o di piante sempreverdi. Lodevole iniziativa questa che piace ai molti turisti, specialmente stranieri, che visitano il nostro borgo, se molti dei quali vollero esprimerci la loro ammirazione per questo culto che dei fiori e del bello hanno molti tra noi. Esortiamo quindi tutti coloro che hanno la fortuna di possedere dei balconi a volerli ornare con fiori: si tratta di un ornamento che costa molto poco e che dà in compenso degli ottimi risultali estetici».

Festa a Caprezzo. Tra loro, forse, anche Cleofe Pellegrini
(archivio Rinaldo Pellegrini, Caprezzo)


Tutto ebbe inizio, come detto, nel 1912. Ecco la cronaca apparsa sulla rivista “Verbania”, in cui troviamo anche citata una donna di origini caprezzesi, Maria Cleofe Pellegrini, ricordata a livello nazionale, e non solo, per i tanti suoi meriti nel campo dell'educazione e dell'emancipazione.

sabato 28 marzo 2020

«A proposito della malattia corrente»: l’influenza “spagnola” del 1918-1919 sui giornali locali verbanesi. Parte quinta

A zia Ada, giovane vittima della "spagnola"



Nei mesi di novembre e dicembre del 1918 sui giornali le notizie relative all’influenza trovarono meno spazio. La fine della Grande Guerra riempì le pagine dei settimanali di Intra e Pallanza con articoli dedicati alla vittoria delle forze Alleate e ai tantissimi caduti sul fronte o deceduti negli ospedali militari.
L’elenco delle vittime della “Grippe espagnole” però era sempre lungo, nonostante il rallentamento del contagio: quest’altra guerra che le nazioni di tutto il mondo stavano combattendo ancora non era vinta.

Pubblicità di uno sciroppo proposto nella cura dell'influenza spagnola

mercoledì 18 marzo 2020

«A proposito della malattia corrente»: l’influenza “spagnola” del 1918-1919 sui giornali locali verbanesi. Parte quarta

A zia Ada, giovane vittima della "spagnola"




In quei mesi di fine anno, anche i paesi dell’entroterra verbanese si trovarono a combattere, pressoché disarmati, contro la “spagnola”. Quasi ovunque i decessi raddoppiarono, concentrati nel periodo fra l’ottobre del 1918 e il gennaio del 1919. Solo nel 1920 si ritornò ai livelli del 1917.
Nei cimiteri delle valli intrasche è facile vedere lapidi posate a memoria di persone, il più delle volte giovani, morte in quei mesi a causa del “morbo fatale”. Soffermarsi al loro cospetto e leggerne le epigrafi, contribuisce a toglierle dall’oblio e dal silenzio.



Cimitero di Intragna: lapidi funerarie sfidano l'oblio e il silenzio

domenica 15 marzo 2020

«A proposito della malattia corrente»: l’influenza “spagnola” del 1918-1919 sui giornali locali verbanesi. Parte terza

A zia Ada, giovane vittima della "spagnola"




Il mese di ottobre si avviava alla conclusione e le abitudini quotidiane delle persone erano ormai stravolte dall’influenza che non dava segno di attenuazione.
Tutti i giornali del mondo, anche quelli locali, iniziarono a tenere aggiornati i propri lettori, alcuni non nascondendo la gravità della situazione, altri cercando di non creare allarmismo, ma al tempo stesso dando informazioni utili e raccomandando di attenersi a quanto disposto dalle autorità, anche perché - allora come oggi - c’era chi diffondeva “notizie fantastiche” (oggi le chiamiamo “fake news”):

«L’influenza, come in tutti i paesi d’Italia ha battuto purtroppo anche alle porte delle nostre case, ma per fortuna in forma benigna. Se si eccettuano infatti i casi in cui la resistenza dell’ammalato era assai ridotta per precedenti scosse o vecchiaia, possiamo ben dire che l’esito letale fu rarissimo. Da questa premessa intendiamo subito trarre una raccomandazione perché siano evitati degli ingiustificati allarmi mentre d’altra parte non si devono trascurare quelle norme speciali che ben osservate scongiureranno ogni pericolo, o ad ogni modo lo renderanno più leggero.
Ben a ragione quindi potremo ripetere per noi quanto il Corriere della Sera di giovedì scorso ha scritto: “C’è poi una forma di disfattismo che si compiace di seminare notizie fantastiche, che esagera e generalizza casi particolari e di carattere affatto accidentale, alimentando il terrore delle classi meno colte. Contro questo disfattismo bisogna pure reagire ed essere senza pietà.
C’è un’altra tendenza che non va incoraggiata, ed è quella dei critici per amor dell’arte o di facile pubblicità, che suggeriscono provvedimenti a dritta e a manca e ti lanciano giudizi senza alcun senso della realtà, concorrendo così ad accrescere la confusione ed a sminuire la fiducia nelle autorità, in un momento in cui questo proprio non è necessario”». [Il Giornale di Pallanza del 20 ottobre 1918]



Prima pagina del quotidiano francese Excelsior: "I Londinesi indossano delle maschere
per proteggersi dall'influenza spagnola"

Ormai era chiaro quali fossero le modalità di trasmissione del virus, quali fossero i sintomi e quali le conseguenze. Fu proprio nel 1918 che anche i cittadini comuni iniziarono a indossare le mascherine per diminuire il pericolo di contagio:

«La malattia che attualmente infierisce e che venne denominata “grippe spagnola" non è che l’influenza del 1889-90, cioè una malattia conosciuta da secoli e che generalmente fa la sua apparizione due o tre volte ogni cento anni. Sua caratteristica essenziale e d’essere contagiosa al massimo grado e di trasmettersi con estrema rapidità da una regione ad un’altra; di qui il nome datole di pandemia, per significare che colpisce non solo un popolo, o parte di un popolo, ma l’intera umanità. Fra i disturbi provocati dalla malattia nella sua attuale recrudescenza, occorre innanzitutto menzionare la febbre, il cui andamento contribuisce in buona parte a dare al morbo la sua fisonomia speciale.
In generale la febbre d’influenza debutta bruscamente raggiungendo di colpo 30-40 gradi per poi ridiscendere rapidamente in due o tre giorni. Quelli più importanti però, perché più gravi nelle conseguenze, sono i disturbi che colpiscono le vie respiratorie: naso, laringe, trachea, bronchi e polmoni. La bronchite e la polmonite sono infatti le complicazioni che hanno soventi esito fatale. […] Sembra oramai assodato che il germe della malattia sia un microbo determinato cui servano da veicolo particelle microscopiche di mucosità espulse con sternuto, tosse, od anche semplicemente parlando concitatamente; per conseguenza, sebbene il numero immenso dei colpiti dimostri l’impotenza di prevenirla, si potrà nondimeno sperare in qualche buon risultato evitando assolutamente le riunioni numerose e specialmente di avvicinare individui convalescenti od ammalati, i quali ultimi dovrebbero possibilmente venire isolati». [La Vedetta, 26 ottobre 1918]


Volontarie della Croce Rossa di Boston assemblano mascherine (fonte: archivio nazionale USA)

Le misure di prevenzione diventavano con il passare dei giorni sempre più severe:

«Chiusura dei Cimiteri. Per misure sanitarie, i Cimiteri saranno tenuti chiusi nei giorni 1, 2 e 3 Novembre prossimo. In via eccezionale, ed a parziale modificazione del Decreto già pubblicato è permesso fino a mezzogiorno del 1. novembre alle famiglie di mandare un incaricato a deporre fiori e corone sulle tombe dei loro cari». [La Vedetta, 26 ottobre 1918]

«L’influenza. Il Sindaco, in osservanza a recenti circolari Prefettizie, ritenuta 1’opportunità di più rigorose norme profilattiche e igieniche, ha pubblicato questo nuovo avviso:
1) è sospeso fino a nuovo avviso il suono delle campane per i trasporti funebri e per l’accompagnamento del viatico.
2) agli accompagnamenti funebri non devono prendere parte se non i parenti, evitando qualsiasi forma di corteo.
I trasgressori saranno puniti a norma di legge.
N.d.R. - Tutti questi provvedimenti sono ottimi ma pur troppo vediamo che pochi sono i cittadini che sentono il dovere di rispettarli. Prevale nei più il sentimento di affetto verso i poveri defunti e non si vuole trascurare l’estremo tributo che si manifesta col seguirne i funebri. Belle cose anche queste, ma negli attuali momenti e coi gravi pericoli che incombono sulla salute pubblica, ìl sentimento si trasforma in incoscienza». [Il Giornale di Pallanza, 27 ottobre 1918]

Anche nel Verbano, purtroppo, contagi e decessi aumentavano in modo esponenziale:

«Nota Mesta. Pur nel decrescere il morbo fatale miete fra le nostre famiglie implacabilmente. Ogni nome di defunti in questo periodo ricorda una storia di speranze troncate, di famiglie in cui vuoti inopinati non potranno più essere colmi di miserie pietose che, purtroppo, la parca ha lasciato dietro di sé. A tutti i provati la parola della solidarietà umana, del cristiano conforto». [La Vedetta, 1 novembre 1918]

Il pensiero di tutti andava ai morti, ma anche ai sofferenti:

«L’orologio Municipale. Mai come ora una parte rispettabile della cittadinanza ha sentita la nostalgia dei rintocchi dell’orologio Municipale. Sono specialmente gli ammalati 'spagnuoli' per i quali le notti sono eterne se non ne scanda le ore l’argentina voce amica. I nostri vecchi solevano dire: “Che cosa serve aver la serva se la serva poi non serve?” Noi chiediamo se non sia giunto il momento di provvedere ad un servizio pubblico più importante di quanto può sembrare».
[La Vedetta, 1 novembre 1918]


L'Ospedale di Intra (fonte: archivio G.B. De Lorenzi Finocchiaro, Verbania Antiche Immagini)

Medici e infermieri erano in prima linea, ma ciò non era ovviamente sufficiente. Serviva aiuto nella cura degli ammalati:

«Lodi meritate. In una sua recente circolare il Monsignor Vescovo di Novara scriveva: “Ho visto, or non è molto, con grande piacere i parroci e i sacerdoti prestarsi con zelo e carità edificante per assistere gli ammalati delle parrocchie vicine, che mancavano di sacerdoti o non ne avevano sufficienti al bisogno”.
I membri del clero, cui era indirizzata la lettera, leggendo il brano pensarono subito a un canonico della Collegiata di S. Vittore. Quando nel settembre scorso il morbo infieriva a Gravellona, dove mieté fra le sue vittime anche un sacerdote e un medico, la Curia Novarese telegrafò al canonico intrese di portarsi in quel centro a coadiuvare il reggente della parrocchia.
L’invito fu raccolto, e manco a dirlo, il designato si trovò immantinente sul posto a confortare col suo ministero i morenti, riempiendone l’anima di luce e speranza, a incoraggiare i colpiti, a compiere insomma tutte le parti di pastore sollecito, meritandosi l’encomio del Capo della diocesi, accorso a visitare l’addolorato paese. E non si allontanò se non quando il pericolo era spento. Anzi vi fece più tardi altre capatine per prestare i suoi servigi; in una delle quali gli capitò un caso che illustra, come sprazzo di luce, il suo profilo spirituale. Vale la pena di ricordarlo. Arrivato a notte fatta, egli bussa discretamente alla canonica; e giacché nessuno ha avvertito i colpi e le chiamate, egli s’acconcia a passar la notte seduto sullo scalino d’accesso, col capo appoggiato allo stipite, aspettandovi fra un pisolino e l’altro l’Ave Maria mattutina.
II lettore converrà che in ottobre l'avventura è meno piacevole che in agosto o in luglio. Ciò non impedì punto che il cav. don Fr. Gagioli (tutti avranno capito che si tratta di lui) sbrigasse al mattino le sue incombenze d’ufficio come se avesse dormito su un materasso di piume in una tepida stanza». [La Vedetta del 1 novembre 1918]

E quando l’opera dell’uomo sembrava non bastare, non restava che rivolgersi ai Santi che già in tempo di pestilenze avevano soccorso il popolo di Dio:

«Triduo di propiziazione. Lunedì verrà incominciato nell’oratorio di S. Rocco, attorno al quale si intrecciano memorie storiche di voti e preghiere in tempi di calamità, dovendo la sua origine precisamente da un’epoca di pubblico disagio, un triduo di propiziazione, per iniziativa di devoti. Verrà celebrato la messa alla mattina ed impartita la benedizione alla sera». [La Vedetta del 1 novembre 1918]



Oratorio di S. Rocco a Intra (fonte: archivio F. Copiatti)

- continua

"Lo vidi saltare sul posteriore di una vacca al pascolo": la presenza storica dell'orso tra Verbano e Ossola

L’orso sembra essere tornato sui monti delle Valli Intrasche. Dalla destra orografica dell’Ossola, dove le segnalazioni sono documentate co...