martedì 18 giugno 2019

I Martiri di Pogallo


Oggi il mio primo pensiero, appena svegliato, è andato a loro. Poi mi sono messo in viaggio verso l'ufficio, lungo quella valle, l’Ossola, sorella della “Valgrande martire”, accompagnato dal suono evocativo della chitarra di Matteo Goglio: «Mi son alzato/O bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao/Una mattina mi son alzato/E ho trovato l'invasor».




Come ricordarli, questi ragazzi – il più giovane aveva 16 anni, il più “vecchio” 22 – che il 18 giugno di 75 anni fa hanno sacrificato la vita per la nostra Libertà?
Io, a 16 anni, al termine dell’anno scolastico correvo felice nei prati appena falciati e strappavo ciliegie dalle fronde che per il peso dei frutti si flettevano verso terra.
Loro, invece, lottavano e morivano.
Non riesco a scrivere altro, non mi sento “autorizzato” a scrivere altro, io che non ho vissuto né miseria, né guerra.

Allora lascio che a ricordarli sia uno di loro, Ugo, con le parole dette e scritte all’indomani della prima Commemorazione tenutasi a Pogallo il 10 giugno del 1945.
Sono passati 74 anni, e sembrano tanti, ma anche per me, come per il partigiano Ugo, «il vostro ricordo mi sarà di monito e di insegnamento per il futuro».


lunedì 27 maggio 2019

Rovegro 27 maggio 1960: Don Giuseppe Soldani e l’Erba dell’Ascensione

Le tradizioni popolari legate alle erbe anche nelle Valli Intrasche, come in altre zone rurali italiane, sono assai ricche. Molte piante per secoli sono state utilizzate a scopo medicinale e alimentare, ma anche nei riti religiosi e addirittura nella magia e nella superstizione.
Nello scorrere le pagine consunte dei vecchi bollettini della parrocchia di Rovegro  risalenti al periodo dal 1957 al 1961, ho trovato una noterella di don Giuseppe Soldani, parroco a Rovegro dal 1949 al 1961, dedicata all’Erba dell’Ascensione (Sedum cepaea L.), pianta di cui mai avevo letto nelle pubblicazioni storiche ed etnografiche verbanesi.

1949, il nuovo parroco Don Giuseppe Soldani viene accolto dagli abitanti di Rovegro
(foto archivio Luigina Soldani, g.c. dal Gruppo Escursionisti Val Grande)

Nelle Valli Intrasche e in Valle Anzasca - ma anche in altre valli dell'Ossola - era invece molto conosciuto il Sedum telephium con i nomi di Erba della Madonna, Erba di S. Giovanni, telefio, borracina maggiore, erba dei calli e altri ancora. All'estero è curioso il suo nome inglese, Witch´s Moneybags, il porta monete della strega. Questa e altre erbe venivano raccolte il 24 giugno, giorno di S. Giovanni, bagnate dalla miracolosa rugiada mattutina, e poi tenute in casa con valore apotropaico o utilizzate per le loro virtù curative. Ma delle erbe e della rugiada di S. Giovanni vi parlerò in un’altra occasione.
Torniamo invece all’Erba dell’Ascensione; un’indagine veloce sul web ed ecco scoprire che in altre zone d’Italia tale erba è molto conosciuta.

Sedum cepaea L., foto di Andrea Moro, Dipartimento di Scienze della Vita, Università di Trieste, esemplare raccolto nel Comune di Orta San Giulio, sentiero che conduce ad Ameno, NO, Piemonte, Italia, 23/07/2012.
Fonte / Source: Portale della Flora d'Italia / Portal to the Flora of Italy http://dryades.units.it/floritaly

giovedì 25 aprile 2019

“Avere i ribelli, avere i ribelli”: I cürt di Biogna e la Resistenza

Lo scorso anno, a dicembre, ho avuto la fortuna di raccogliere alcune testimonianze di alpigiani che hanno vissuto all'Alpe Biogna, in Valle Intrasca. Buona parte del materiale è stato pubblicato sul libro "I cürt di Biogna". Uno dei testi introduttivi del volume - corredato da circa 400 foto - è dedicato a episodi della Resistenza che oggi voglio condividere con voi. Il libro sarà nuovamente presentato lunedì 29 aprile a Verbania Fondotoce presso le ex scuole elementari (Via 42 Martiri n. 82).

I monti dell'alta Valle Intrasca con i pascoli di Biogna in primo piano

“Avere i ribelli, avere i ribelli”: Biogna e la Resistenza
(Brano tratto dal libro I cürt di Biogna. Alpi e pascoli della Valle Intrasca)

Il secondo conflitto mondiale portò la guerra anche su questi monti della Valle Intrasca. Maria Borella raccontò che nei primi mesi della Resistenza la colonia di partigiani residente tra l’Alpe Pala e Miazzina faceva spesso incursioni al Fornà, facendosi consegnare burro e formaggio e rubando gli asini per trasportare il bottino appena conquistato.
Fortunatamente questa situazione ebbe fine quando le truppe partigiane si organizzarono in modo più organico: Arca, il comandante Armando Calzavara, riunì gli uomini nella brigata “Cesare Battisti” e comandò loro di non derubare più gli alpigiani. Molto intelligentemente chiedeva giornalmente latte, e burro una volta la settimana, ma questi venivano finalmente pagati con regolarità e la quantità ceduta variava in funzione delle possibilità economiche della famiglia che li produceva. Inoltre il comandante Arca si preoccupò di far avere alla famiglia Borella dei permessi speciali, con i quali potevano raggiungere l’alpeggio in condizioni di sicurezza e senza perdere il lavoro fornito da quei quaranta giorni di monticazione d’alta quota.

All’alpe Furnà negli anni ’30. Seduto a sinistra, con il cappello,Vittorio Borella (ul pà Vitori).
Dietro di lui. la bambina Maria Borella e Adelaide Martinelli.
A destra, seduto, Giovanni Borella che tiene sulle gambe il nipote suo omonimo Giovanni Borella;
dietro la moglie Teresa Minesi e la figlia Luigina Borella.
La coppia centrale sono i coniugni Ranzoni, milanesi oriundi di Cambiasca.

giovedì 18 aprile 2019

Gaetano Barabini, un altro pittore di storia a Caprezzo

Era la tarda primavera del 2005 quando Rinaldo Pellegrini, custode delle memorie caprezzesi, m’invitò a visitare l’ottocentesca cappella detta “In Prè”: «Ci sono degli affreschi che ricordano lo stile del Verazzi, ma non sono suoi, c’è la firma, “G. Barabini pinse 1860”», mi disse mentre  uscivamo dall’archivio parrocchiale dove avevo cercato – e trovato – notizie del “pittore di storia” Baldassare Verazzi.
Subito dopo m’incamminai verso il cimitero di Caprezzo, imboccai l'antica mulattiera che scende a Ramello e, poco distante, tra il verde intenso di boschi e prati, apparve la cappella.

In cammino verso la cappella "In Prè"

Era stata fatta costruire da Giuseppe Antonio Bisesti, come ebbi modo di leggere in un documento:
Eccellenza Reverendissima,Giuseppe Antonio Bisesti da Caprezzo servo umilissimo di sua Eccellenza Rev.ma avendo, fatto costruire per sua divozione una cappella campestre nel territorio di questa Parrocchia di Caprezzo, in un suo fundo, ove sono dipinte elegantemente le immagini della Sacra Famiglia, dei Ss. Apostoli Pietro e Paolo, e di S. Francesco, bramerebbe per sua maggior divozione, che dette immagini fossero benedette; quindi il Parroco di detto luogo Gio. Batta Ferini Strambi ricorre a Sua Eccellenza Rev.ma per la delegazione a qualche sacerdote per tale benedizione. Visto quanto le immagini cui nelle preci siano decenti, deleghiamo a benedirle colla forma la preferita dal Missale Romano il sig.r Parroco di Caprezzo. Novara 9 maggio 1861. La cappela fu poi benedetta dal Parroco D. Gio Batta Ferini Strambi il 20 maggio 1861.

Cappella "In Prè": Sacra Famiglia di G. Barabini

domenica 7 aprile 2019

Le "barricate" agli sposi: usanze nuziali tra valli intrasche e Ossola


Nello scorso fine settimana ho visitato la mostra Intrecci. Passato e presente della cesteria nelle Terre di Mezzo, allestita in occasione dell’annuale appuntamento che si tiene a Verbania Pallanza per celebrare le colorate e profumate camelie primaverili, vanto della floricoltura verbanese.

Come ho già avuto modo di sottolineare in altre sedi, questi «intrecci di passato e presente, di immagini e storia, di materiale e immateriale» hanno riscosso gradimento nel numeroso pubblico che nei due giorni ha riempito le sale della storica e fascinosa Villa Giulia. A chi non avesse avuto la possibilità di visitarla, segnalo che la mostra sarà ospitata dal 19 al 22 aprile presso il Museo Tattile di Scienze Naturali del Lago e della Montagna a Trarego Viggiona all'interno della manifestazione Sentiero d'Arte 2019.

Ad una delle foto esposte sono particolarmente legato. Ricorda un’usanza, forse la più gioiosa, quella delle “barricate” agli sposi, e vede i miei genitori, Lino e Giuseppina, ritratti lungo il cammino verso la chiesa.

Cossogno, Agosto 1957. Sciüpisce lungo il cammino
degli sposi Copiatti Lino e Ramoni Giuseppina

La tradizione è antichissima, già ricordata in molti statuti medievali del Novarese, della Valsesia e del Verbano-Cusio-Ossola ma anche del confinante Ticino, nei quali si vietava l’erezione di “barricate” per impedire il cammino agli sposi. La sciüpisce  così è chiamata a Cossogno, ma in ogni paese ha un suo nome – consisteva nel far trovare ai novelli sposi, sul cammino verso la chiesa, la strada sbarrata, simbolo delle difficoltà e delle asprezze della vita coniugale, con soste intermedie nel simbolico cammino verso il nuovo stato sociale e individuale.

I Martiri di Pogallo

Oggi il mio primo pensiero, appena svegliato, è andato a loro. Poi mi sono messo in viaggio verso l'ufficio, lungo quella valle, l’Oss...