sabato 25 marzo 2023

La vera storia dell’aquila di Cicogna (Noterelle valgrandine #3)

Tra i lettori di “Val Grande ultimo paradiso”, il libro di Teresio Valsesia che meglio di altri illustra l’area protetta più vasta delle Alpi, chi non ricorda la foto che immortala il parroco di Cicogna in posa con un’aquila al suo fianco?
Una scarna didascalia ci tramanda che il prete era “Don Antonio Fiora, con l’aquila catturata in paese, il 4 febbraio 1955, da Alfonso Benzi”.

Foto pubblicata da Teresio Valsesia sul libro "Val Grande ultimo paradiso", Alberti libraio editore, Intra 1985.

Molti ricordano ancora don Fiora, a distanza di 52 anni dalla morte, molti hanno scritto di lui e delle sue “uova di Cicogna” che vendeva al mercato di Intra, qualcuno ha anche raccontato dell’aquila che minacciò per giorni il suo pollaio, affidando però il rapace a un destino di fantasia.
Anche Alfonso Benzi è ancora nella memoria dei suoi compaesani più anziani, ma pochi sanno che era figlio del “pitùr”, di quel Giovanni Battista discendente indiretto dell’omonimo “don Giobatta”, il primo Benzi giunto a Cicogna dal Monferrato nel 1818, di cui parlano Nino Chiovini in “A piedi nudi” e il sottoscritto in “Cicogna ultima Thule”.
Il mio ormai quotidiano sfoglio di giornali d’epoca, mi permette di fare luce su quanto accadde veramente a questa regina dei cieli.
Ecco quel che raccontarono nei primi mesi del 1955 il quotidiano “La Stampa” e il settimanale “Il Verbano”.
“Da alcuni giorni una grossa aquila calata dai picchi più alti della Val Grande volteggiava sul villaggio di Cicogna evidentemente in cerca di preda. Il rapace si abbassava particolarmente in direzione del grandioso pollaio del parroco prof. don Antonio Flora costringendo il sacerdote ad una assidua quanto faticosa sorveglianza.
Prolungandosi la presenza dell'aquila nel cielo di Cicogna, il noto cacciatore Alfonso Benzi, collocò una grossa tagliola nei pressi del pollaio.
Il rapace, dopo aver ancora volteggiato sul paese per qualche ora, piombò fulmineamente sul pollaio, infilandosi nella trappola e rimanendo così prigioniero.
L'aquila, un superbo esemplare che misurava due metri di apertura alare, fu rinchiusa in una stanza dell’abitazione del Benzi.
Nei giorni che seguirono, l’animale soffrì molto per una grave infezione sviluppatasi nella zampa ferita dalla tagliola; venne chiamato un veterinario, il dott. Oscar Lux, che dovette procedere alla amputazione dell'arto per evitare la cancrena.
In un primo momento dava segni di inquietudine e sofferenza, poi si fece docile, tanto da lasciarsi accarezzare persino dai bambini.
Sulla futura sorte dell'aquila mutilata si erano accese in paese discussioni ma non si era mai giunti a una decisione.
A togliere il Benzi dall'imbarazzo i cicognesi e il volatile dalla cattività ci pensò Neil Boyd McEacharn, proprietario della villa Taranto di Pallanza, il quale acquistò il rapace che così lasciò l'angusta sua prigione di Cicogna per i pregiati meravigliosi giardini di Villa Taranto.
Grazie al premuroso interessamento del capitano scozzese, l'aquila riprese a camminare; infatti essa fu munita di una zampa ortopedica che le permise di saltellare sia pure senza la baldanza di quando, ancora libera, poteva volare da un picco all'altro della Val Grande e calarsi, con rapide picchiate, sulle stalle e sui pollai in cerca di preda.
L'aquila di Cicogna avrebbe dovuto avere il privilegio – se così si può dire – di essere la prima ospite del giardino zoologico e ornitologico che il capitano McEacharn aveva intenzione di allestire nel vastissimo parco della villa e ciò per offrire nuovi motivi di diletto e di curiosità ai moltissimi turisti italiani e stranieri che nella bella stagione già allora affluivano al famoso giardino botanico per ammirarvi la stupenda vegetazione e le infinite varietà di fiori e piante esotiche che ne fanno ancor oggi un luogo d'incanto.
L’aquila fu così ospite d'eccezione dei giardini di villa Taranto, ma solo per qualche settimana.
Infatti non riuscì a sopravvivere alla sua sorte di prigioniera.
Fu la nostalgia degli alti picchi della Val Grande a ucciderla?
O, più probabilmente, la grave mutilazione provocata dalla cattura?”.
Fonti
La Stampa 16 febbraio 1955
Il Verbano 18 febbraio 1955
La Stampa 22 marzo 1955
Il Verbano 25 marzo 1955
Il Verbano 6 maggio 1955
https://www.giornalidelpiemonte.it/

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