sabato 16 febbraio 2019

"Ama Dio e non fallire...": da Roma a Cossogno (o viceversa?) nella ricorrenza della morte di Giordano Bruno

A Roma il 17 febbraio dell’anno del Signore 1600 un frate domenicano viene prelevato dal carcere di Tor di Nona, dove giorni prima era stato richiuso. Le cronache dell’epoca raccontano che «fatti chiamare due Padri di san Domenico, due del Giesù, due della Chiesa Nuova e uno di san Girolamo, i quali con ogni affetto et con molta dottrina mostrandoli l'error suo, finalmente stette sempre nella sua maladetta ostinatione, aggirandosi il cervello e l'intelletto con mille errori e vanità. E tanto perseverò nella sua ostinatione, che da' ministri di giustitia fu condotto in Campo di Fiori, e quivi spogliato nudo e legato a un palo fu brusciato vivo, acompagniato sempre dalla nostra Compagnia cantando le letanie, e li confortatori sino a l'ultimo punto confortandolo a lasciar la sua ostinatione, con la quale finalmente finì la sua misera et infelice vita».
Questo frate rispondeva al nome di Giordano Bruno, giustiziato per la sua concezione filosofica considerata eretica.

Palo del Supplizio in Campo de’ Fiori in una stampa del 1700. A destra s'intravvede la fontana della Terrina


Le pubbliche esecuzioni in Campo de’ Fiori erano così frequenti che gli avventori della Locanda del Sole lamentavano di «dover assistere ogni giorno allo spettacolo di qualche supplizio oppure mirare nelle vicinanze penzolare dalle forche qualche impiccato», annotava Ferdinand Gregorovius nella sua monumentale Storia di Roma nel Medioevo. Addirittura, a volte, la ferocia degli inquisitori non si fermava neppure davanti alla morte, come nel caso dell’arcivescovo Marco Antonio de Dominis che, confinato in Castel Sant'Angelo; qui morì l'8 settembre 1624 prima della conclusione del processo contro di lui. Il suo decesso, però, non fermò l'Inquisizione, che continuò l'istruttoria: il 20 dicembre dello stesso 1624, alla presenza della bara del De Dominis, fu pronunciata la sentenza di condanna post mortem al rogo e alla damnatio memoriae. In sua esecuzione, il 21 dicembre il corpo fu tolto dalla bara, trascinato lungo le strade di Roma fino a Campo de' Fiori e qui dato alle fiamme pubblicamente con tutte le sue opere considerate eretiche.
Le esecuzioni e le punizioni con “tratti di corda” avvenivano vicino alla fontana che era stata realizzata pochi anni prima, nel 1590. I “tratti di corda” erano una tortura che prevedeva il sollevamento del condannato per i polsi legati dietro la schiena. Ai suoi piedi potevano essere legati pesi per rendere il corpo più teso, corpo che poi veniva fatto scendere a colpi secchi provocando spesso fratture alle articolazioni.
Già dagli inizi del ‘500, Campo de’ fiori – che fino ad allora era stato, come lascia intendere il nome, un  prato fiorito con alcuni orti – aveva assunto un aspetto degno di piazza cittadina, divenendo un punto d’incontro per le discussioni e gli annunci pubblici, sede di mercato e di conseguenza luogo di osterie, attività commerciali e artigianali.
Come dicevo, vicino al “palo della corda” vi era una fontana nella quale, nonostante gli editti, le proibizioni, le sanzioni e le punizioni anche corporali, venivano gettati rifiuti e avanzi del mercato, utilizzandola come fosse una pattumiera. Solo nel 1622 si riuscì a porre termine a tale malcostume coprendo la vasca ovale della fontana con un coperchio in travertino, a cupola, che le fece assumere l'aspetto di una gigantesca “zuppiera” (una “terrina”, appunto). Lo sconosciuto scultore autore del coperchio pose, alla base del pomello centrale, un'iscrizione circolare: AMA DIO E NON FALLIRE. FA DEL BENE E LASSA DIRE. MDCXXII. Secondo alcuni la scritta valeva come una filosofica riflessione ispirata dal patibolo che sorgeva poco distante.



Nel 1899 la fontana fu rimossa per lasciare posto alla monumentale statua di Giordano Bruno. Nel 1924 si pensò di dotare di nuovo la piazza della sua fontana, preferendo però porre una copia, anziché l’originale, senza coperchio. La “terrina” originale fu recuperata e posizionata dove si trova tuttora, nella vicina piazza della Chiesa Nuova.
L’iscrizione posta sul pomello è un proverbio diffuso in Italia centrale, conosciuto anche per essere stato uno degli aforismi di san Crispino da Viterbo, al secolo Pietro Fioretti (1688-1750).
Ulteriori e più approfondite ricerche mi hanno portato a scoprire che la frase è citata in un libro del teolgo domenicano e predicatore Vincenzo Ferrini, nato a Castelnuovo in Garfagnana nel 1534, divenuto nel 1583 vicario generale dell'Inquisizione a Parma e morto a Venezia nel 1595. L'opera, dal titolo Della lima universale de' vitii, edita postuma nel 1596, è un'ampia raccolta di massime dei maggiori predicatori del suo tempo «utilissima et necessaria a' predicatori et a curatori di anime, et a tutti quelli che bramano estirpare da sé i vitii». Pubblicata in piena età controriformistica, ebbe diverse edizioni nei primi decenni del XVII secolo. Si torna quindi a toccare l’argomento eresia!
Ma qual è il legame con Cossogno, vi starete chiedendo?
Nel 1993, un giovane trentenne, si affacciava timidamente al mondo delle riviste storiche con una breve nota dedicata ad alcune epigrafi presenti nel suo paese, Cossogno. Una di queste è una rozza pietra, situata in Via del Torchio e forse già impiegata come architrave (e comunque sovrastante una porta), che reca la scritta:

AMA • DIO • NON
FALIRE • FA • PIAR • B
EN • E • LASSA • DIRE • 1585


Pochi mesi dopo, la lettura dell’ultimo libro di Nino Chiovini, storico delle valli intrasche, originario di Ungiasca, lo porta a scoprire che anche in questo paese, frazione del Comune di Cossogno, esiste murata nella facciata di una casa di Via Vittorio Emanuele III una lastra con incisa una frase quasi identica e recante la stessa data:

AMA DIO E NON FALIR
E FA PUR BEN E LAS
SA DIRE 1585
  

Il giovane ricercatore storico ero io. Già allora, ricordo, m’incuriosì questo “detto popolare” presente in due località dello stesso Comune. Pensai da subito che potesse essere un monito lasciato in occasione della visita di qualche predicatore o importante prelato. In effetti, il 17 luglio 1585 il vicario foraneo Bernardo Ottolini visitò Cossogno e Ungiasca per conto del Vescovo Cesare Speciano, che – non dimentichiamolo – fu tra coloro che cercarono di estirpare le superstizioni presenti in diocesi e a tal fine il 9 maggio 1590 emanò l'editto De superstitionis evitandis, che fornisce anche informazioni sulle credenze e sui miti diffusi fino ad allora. Le due scritte furono incise a ricordo di questa visita pastorale?
Il fatto che la frase fosse un proverbio diffuso soprattutto in alcune regioni dell’Italia centrale come la Toscana mi ha indotto a pensare che potesse anche essere stata portata in terra verbanese da qualche emigrante. Il Cardinal Taverna, nel corso della visita pastorale del 1617, rilevava che i cossognesi «vanno talvolta nelle parti di Toschana, massime nelli paesi d’Ascoli ove dimorano 2-3-4 anni in circa e poi se ne tornano a casa». L’emigrazione in Centro Italia è testimoniata anche a Ungiasca, dove si racconta che l’Oratorio dell’Addolorata (o dei Romani) sia stato costruito da operai del paese che, reduci da lavori fatti nelle chiese di Roma, prestarono gratuitamente la loro opera.
Purtroppo non sapremo mai chi incise, a pochi anni di distanza (1585 e 1622), questo “detto popolare”, prima sulle due rozze lapidi cossognesi e poi sulla celebre fontana della Terrina, nella piazza che vide morire molti eretici e che ora è uno dei luoghi più visitati di Roma, con il suo caratteristico mercato diurno e l’allegra movida notturna.
La prossima volta che andrete a Campo de’ Fiori soffermatevi anche solo un attimo a osservare la statua di Giordano Bruno, pensate alle sue ultime parole («Forse con più timore pronunciate la sentenza contro di me di quanto ne provi io nell’accoglierla») e poi andate nella vicina piazza della Chiesa Nuova dove ora si trova la Fontana della Terrina con il suo monito.
A Cossogno e Ungiasca sarà meno facile trovare le due epigrafi, ma loro sono ancora lì, dal 1585, simbolo incancellabile del passato e del dovere della memoria.


Bibliografia

D. Antonaci, F. Copiatti, Per un inventario epigrafico: Cossogno, in «Verbanus» 14 (1993), pp. 275-279.
D. Antonaci, F. Copiatti, Per un inventario epigrafico: Ungiasca (Cossogno), in «Verbanus» 17 (1996), p. 433.
N. Chiovini, Le ceneri della fatica, Vangelista, Milano, 1992, p. 158.
C. Bottini, F. Copiatti, L. Massera, Tracce di storia. Cossogno, Ungiasca, Cicogna dalle origini al XIX secolo, 2016.


© Fabio Copiatti

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