domenica 7 aprile 2019

Le "barricate" agli sposi: usanze nuziali tra valli intrasche e Ossola


Nello scorso fine settimana ho visitato la mostra Intrecci. Passato e presente della cesteria nelle Terre di Mezzo, allestita in occasione dell’annuale appuntamento che si tiene a Verbania Pallanza per celebrare le colorate e profumate camelie primaverili, vanto della floricoltura verbanese.

Come ho già avuto modo di sottolineare in altre sedi, questi «intrecci di passato e presente, di immagini e storia, di materiale e immateriale» hanno riscosso gradimento nel numeroso pubblico che nei due giorni ha riempito le sale della storica e fascinosa Villa Giulia. A chi non avesse avuto la possibilità di visitarla, segnalo che la mostra sarà ospitata dal 19 al 22 aprile presso il Museo Tattile di Scienze Naturali del Lago e della Montagna a Trarego Viggiona all'interno della manifestazione Sentiero d'Arte 2019.

Ad una delle foto esposte sono particolarmente legato. Ricorda un’usanza, forse la più gioiosa, quella delle “barricate” agli sposi, e vede i miei genitori, Lino e Giuseppina, ritratti lungo il cammino verso la chiesa.

Cossogno, Agosto 1957. Sciüpisce lungo il cammino
degli sposi Copiatti Lino e Ramoni Giuseppina

La tradizione è antichissima, già ricordata in molti statuti medievali del Novarese, della Valsesia e del Verbano-Cusio-Ossola ma anche del confinante Ticino, nei quali si vietava l’erezione di “barricate” per impedire il cammino agli sposi. La sciüpisce  così è chiamata a Cossogno, ma in ogni paese ha un suo nome – consisteva nel far trovare ai novelli sposi, sul cammino verso la chiesa, la strada sbarrata, simbolo delle difficoltà e delle asprezze della vita coniugale, con soste intermedie nel simbolico cammino verso il nuovo stato sociale e individuale.
Agli ostacoli da rimuovere – rami, pali, ma a volte anche rovi – si accompagnavano attrezzi del lavoro, oggetti domestici, una culla con bambolotto, sempre ad indicare la nuova condizione sociale a cui gli sposi andavano incontro e come augurio di buona fortuna e fecondità.
Per andare oltre era necessario pagare un riscatto, offrire confetti e fazzoletti, superare prove ancor più difficili se il marito era forestiero e quindi sottraeva la sposa alla comunità.

Cossogno, anni '50 del secolo scorso, sciüpisce lungo il cammino
egli sposi Perazzi Onorato e Tamboloni Maria

Carlo Corbetta nella sua Monografia di Ungiasca pubblicata nel 1923 dedica ampio spazio agli usi e costumi del giorno di nozze:

«Era pure costume di offrire un risotto a tutti i ragazzi del paese in occasione di nozze. Veniva preparato dall’oste in una grande caldaia del bucato, che veniva trasportata in istrada unitamente a mestoli, piatti e scodelle, di modo che ogni ragazzo potesse servirsene a piacere. Era uno spettacolo degno di cinematografia il vedere tutti questi frugoli avvicendarsi presso il mastodontico recipiente fumante per riempire il piatto, e poi sedersi nelle vicinanze e mangiare a sazietà. Frattanto la coppia dei novelli sposi riuniva gli amici al pranzo rituale, mentre alcuni specialisti praparavan loro la burla nuziale, che poteva essere una semplice cucitura a sacco delle lenzuola nel letto, o la introduzione sotto le coltri di un mazzo di ortiche; ma poteva spingersi anche alla asportazione totale del letto dei coniugi ed al barricamento della porta. Allorquando poi gli sposi scendevano per la mulattiera a Cossogno per recarsi in Municipio, trovavano ad un certo punto sbarrata la via da rovi e spine accatastate e non potevano procedere oltre se non rimovendo a mezzo di bastoni questo ostacolo, simbolo delle difficoltà ed asprezze della vita coniugale».

Come detto, l’usanza delle “barricate” era molto diffusa e con qualche variante da paese a paese. A Caprezzo si formava con tre scale una sorta di portale, corredato da strumenti di lavoro. Ad Arizzano il nome, stüpiscia, cambiava di poco da quello in uso a Cossogno e Ungiasca, con gli stessi ostacoli proposti negli altri paesi delle valli intrasche, compresa la beneaugurante cüna, la culla.
La tradizione a Ramello continua anche oggi, anche se purtroppo i matrimoni in un paesino piccolo oramai sono pochi. «Anche noi - ci dice Damiana Martinella - la chiamiamo stüpiscia, la facciamo a matrimonio avvenuto quando gli sposi escono dalla chiesa facendo tagliare un bel pezzo di legno allo sposo, ovviamente con resega che non taglia!».
Pure a Bieno era in uso la sciüpiscia o stüpiscia: «dopo aver liberato la strada gli sposi dovevano prendere il bambolotto dalla culla in segno di buon augurio e bere un po' di marsala» ci racconta Bruno Paracchini. «I miei genitori Luigia e Mario - prosegue Paracchini - si sono sposati a Bieno l'11 dicembre 1948. Due giorni dopo sono andati in viaggio di nozze a Suna a S. Lucia passando dal sentiero di Cavandone. Hanno assistito alla messa, acceso una candela, comperato un pezzo di torrone... e dopo un bel piatto di busecca alla Società Operaia sono rientrati al paesello a piedi tutti contenti».

Bieno, 11 dicembre 1948. I coniugi Luigia Tedeschi e Mario Paracchini
osservano divertiti la stüpiscia.

Il bambolotto è ben visibile anche nelle foto del matrimonio di Wilma e Carlo Martinelli, dove si nota anche un uccellino che esce dalla gabbietta e, sul tavolino, un fucile con il quale lo sposo, simbolicamente, avrebbe dovuto dimostrare la propria abilità di cacciatore.

Cossogno: sciüpisce dei coniugi Martinelli.
Un uccellino esce dalla gabbia e sul tavolo è pronto il fucile (foto g.c. da Monica Martinelli).

Nell’Alto Verbano, a Oggiogno, Trarego e Viggiona, era chiamata stupa (testimonianza di Fausto Spagnoli). A Rovegro sciüpa,  in Val d’Ossola sciüp, in Val Divedro süpa e a Macugnaga ciüpu, in Val Strona ciupia, tutti nomi derivanti da sciüpàa, con il significato di “chiudere”, “sbarrare”. A Miazzina il nome era ben diverso: picherell, con il significato di “ostacoli, scherzi che si fanno agli sposi” come ci ha raccontato Valerio Dellavedova e come si legge nella pubblicazione Significato dei vocaboli del dialetto dei miazzinesi curata da Giampiero Spadoni. In altri casi, invece, si è mantenuto il termine citato negli antichi statuti: frecia (da fracte, barricate) e rosta.

Miazzina: allestimento del picherell (foto g.c. da Filippo Spadoni)

Nel 1913 Antonio Massara, fondatore del Museo del Paesaggio di Pallanza, concludeva con la seguente nota un suo scritto dedicato agli “Usi nuziali dell’Agro Novarese” (contenuto nel prezioso Tipi e costumi della Campagna Novarese):

«Tali usanze nuziali, già poco vive all’epoca in cui si scrivevan queste note, vanno sempre più cancellandosi anche nel ricordo, specie nei paesi ove, come si dice volgarmente, c’è commercio. Tuttavia ancora nella primavera di quest’anno (1913), a Bureglio, paesello della collina verbanese sopra Intra, si celebrarono tre matrimoni coll’antico costume degli archi infiorati detti stupisc, sotto cui gli sposi dovettero passare tagliando il nastro e pagando il pedaggio».


Da allora di anni ne sono passati parecchi, eppure ancora di recente alcuni sposi di Cossogno hanno trovato la sciupiscie a sbarrare il loro cammino verso la chiesa o il municipio.
Non accusatemi di provare troppa nostalgia per il passato, ma trovo bello vedere come alcune tradizioni siano sopravvissute fino ai nostri tempi, magari mutando un po’ alla volta, di generazione in generazione, pur mantenendo sempre il significato originario.


Bibliografia

A chi volesse approfondire l'argomento delle usanze nuziali consiglio il volume edito dal Gruppo Archeologico Mergozzo, I dì d`la festa, osservanza e trasgressione nel rituale festivo, 1990 e in particolare il contributo di Pierangelo Frigerio La festa ambigua ivi contenuto.


© Fabio Copiatti


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