giovedì 12 marzo 2020

«A proposito della malattia corrente»: l’influenza “spagnola” del 1918-1919 sui giornali locali verbanesi. Parte Prima

A zia Ada, giovane vittima della "spagnola"


La cosiddetta “Spagnola”, altrimenti conosciuta come la grande influenza o epidemia spagnola o grippe, fu una pandemia influenzale, insolitamente mortale, che fra il 1918 e il 1920 uccise decine di milioni di persone nel mondo. Fu la prima delle due pandemie che coinvolgono il virus H1N1, di probabile origine aviaria, completamente nuovo per la popolazione umana, che quindi non aveva difese nei suoi confronti.
Si stima che arrivò a infettare circa 500 milioni di persone in tutto il mondo, inclusi alcuni abitanti di remote isole dell’Oceano Pacifico e del Mar Glaciale Artico, provocando il decesso di 50-100 milioni su una popolazione mondiale di circa 2 miliardi. In Italia i morti furono 600.000, pari al numero di soldati morti durante la guerra del 1915-18. La letalità le valse la definizione di più grave forma di influenza pandemica della storia dell’umanità. Si calcola che a morire per via della "Spagnola" fu tra il 3 e il 6 percento della popolazione mondiale, come se oggi morissero 480 milioni di persone, causò infatti più vittime della terribile peste nera del XIV secolo.
Non è ancora chiara la sua origine, ma sicuramente per la sua diffusione fu determinante la Grande Guerra in corso in Europa, che vedeva coinvolte anche molte altre Nazioni mondiali, Stati Uniti compresi.
Le potenze dell’Intesa (Gran Bretagna, Francia e Russia) vollero chiamarla “influenza spagnola”, principalmente perché la pandemia ricevette maggiore attenzione da parte della stampa solo dopo aver raggiunto, nell’autunno del 1918, la Spagna, una nazione non coinvolta nel conflitto e in cui non vigeva la censura di guerra.


1918. Il manovratore di un tram di Seattle non accetta a bordo passeggeri sprovvisti di maschera.
Uno spazzino di New York indossa una maschera (fonte: Wikipedia)

I giornali locali verbanesi però iniziarono a parlare di questa influenza già in estate. Su Il Giornale di Pallanza del 25 agosto 1918 comparve questo trafiletto:

«La Svizzera isolata da tutto il mondo. Da una diecina di giorni le autorità francesi, tedesche e austriache, per misura sanitaria di difesa contro il propagarsi impressionante della Grippe spagnuola in Svizzera, avevano chiuso le loro frontiere verso questo paese. Ora anche l’Italia le ha imitate. Così temporaneamente, la Svizzera si trova ad essere isolata da tutto il mondo. È la prima volta, dall’inizio della guerra, che si verifica questa quadruplice chiusura di frontiera».

Infermiere della Croce Rossa di fronte alla scuola per l'infanzia di Losanna
(fonte: Archivio Croce Rossa Svizzera)

Quello pallanzese fu uno dei primissimi giornali locali piemontesi a darne notizia.
Un mese dopo, il 25 settembre, anche la Tribuna Biellese informava i suoi lettori circa la gravità della situazione:

«L’epidemia nella nostra città continua. E’ una malattia che sotto la denominazione di grippe espagnole ha invaso tutta l’Europa, senza riguardo alle regioni più salubri; anzi, come nel Biellese, i paesi più infestati sono Rosazza, Pralungo ed altri di montagna, nell’Europa la ragione più infestata fu la Svizzera, dove fu quasi sospesa la vita pubblica e parzialmente sciolto l’esercito».

Passano pochi giorni (28 settembre) e anche La Vedetta di Intra iniziò a parlarne:

«Tifo e “grippe,, spagnola. Come può difendersi l’individuo da queste malattie? Attenendosi alle norme d’igiene generale, ossia evitando i contatti colle persone ammalate anche di forme lievi. Una norma importante è quella di lavarsi sempre le mani prima di toccare il cibo».

Ormai la notizia era di dominio pubblico, ma la pericolosità dell’influenza ancora non veniva percepita, come si intuisce dall’articolo pubblicato sulla Gazzetta d’Asti del 5 ottobre 1918:

«Ancora del grippe spagnuolo. Sull’epidemia, che, sotto il nome di grippe spagnuolo, visitò parecchie località d’Italia, dopo essere già stata all’estero, le Autorità sanitarie del Regno escludono ogni notizia grave e allarmante. Essa ha potuto assumere qua e là forme cliniche da ricordare lontanamente l’invasione di malattie esotiche, ma “oggi non esiste in Italia l’ombra di colèra o di peste”. E’ bene che si sappia, che i dottori ritengono la malattia “un’epidemia di influenza”, dovuta specialmente a trascuranza dell’igiene dietetica, alla frutta acerba specialmente. Data l’enorme quantità di persone, che hanno attualmente o hanno avuto da poco tempo questa malattia, si comprende l’enorme facilità del contagio e l’immensa diffusione presa dalla epidemia. Si consiglia di evitare il contatto con il respiro dei malati, specialmente quando tossiscono; la massima attenzione agli sputi, la massima pulizia, lavarsi sovente mani e naso e bocca. Si devono disinfettare sovente i luoghi, dove si affollano molti. Gli alcool, è bene dirlo, non sono affatto fra i preservativi della malattia».

Lo stesso giorno anche La Vedetta di Intra riportava notizie tranquillizzanti pur invitando i cittadini alla prevenzione:

«L’influenza. Fortunatamente Intra può dirsi ancora e speriamo lo sarà anche per l’innanzi, immune dal preoccupante malanno. Gioverà però non trascurare le necessarie misure, fra le quali raccomandiamo caldamente al R.° Commissario l’innaffiamento stradale ed opportune raccomandazioni agli spazzini municipali perché tralascino di sollevare quei nugoli di polvere che sono uno dei maggiori veicoli al male.
Sull’argomento il giornale L’Idea Nazionale pubblica un’intervista col colonnello medico dott. Mennella, direttore della Sanità militare di Roma, sulla diffusione dell’influenza nell’esercito.
Affermato anch’egli che la malattia del giorno è influenza e non altro, dice che essa è apparsa fra i nostri combattenti nel luglio scorso, dallo Stelvio al Garda, in forma assai benigna. Su 150.000 combattenti, solo 7000 ne furono colpiti. L’infezione cominciò dalla zona del Tonale e terminò in Valtellina.
Circa i mezzi adottati per combattere il morbo, il colonnello Mennella ha detto: “Ottenni grandi risultati somministrando chinino a scopo profilattico. Molti clinici ed io stesso constatammo i benefici dell’azione energica del chinino contro il bacillo dell’influenza, e poiché questo microrganismo penetra in noi per le vie respiratorie, prescrisse a tutti i soldati ed ufficiali l’uso di una polvere alcalina (carbonato di soda e mentolo al 3% come dentifricio e anche come nasalina. Con tale mezzo si crea nel naso e nella bocca per la presenza delle suddette sostanze, un ambiente sfavorevole, anzi mortale, allo sviluppo del bacillo di Pfeiffèr e di altri, compreso quello della tubercolosi. I risultati ottenuti sono stati eccellenti tanto presso gli ufficiali quanto per i soldati. Come è indicatissimo il ‘mentol’ e suoi composti per l’aspirazione, così sono assai indicate le pastiglie di menta per bocca, e Intra ha la fortuna di produrre nei suoi ‘Pippermint Zeda’ un ottimo preservativo che attualmente va a ruba in tutta Italia per le sue riconosciute qualità antisettiche e corroboranti delle vie respiratorie che sono quasi sempre la porta più facile al bacillo dell’influenza».


Scatola delle pastiglie Pippermint Zeda prodotte a Intra (fonte: coll. priv.)


Il giorno dopo su Il Giornale di Pallanza (6 ottobre 1918) si leggeva:

«A proposito della malattia corrente. Abbiamo assunto notizie presso l'Ufficio Municipale nei riguardi della malattia che ha colpito Pallanza e le Frazioni. Si tratta, come è noto, di influenza, che ha ormai invaso tutta Italia e che non presenta gravità se curata a tempo e se si usano quei riguardi elementari di pulizia e di igiene che sono alla portata di tutti.
Il decorso della epidemia - se così può dirsi - è in questo Comune normale tanto che i casi veramente gravi superano di poco l’uno per cento.
Si spera poi che col mitigarsi del caldo i casi debbano diminuire.
Ad ogni modo non v’è da allarmarsi eccessivamente : come si ripete, basta avere qualche riguardo, evitando, fin dove è possibile, ogni contatto coi malati e mantenendo la pulizia personale, specialmente della bocca, con frequenti lavature.
Sappiamo che il Sindaco ha diretto agli esercenti un invito perché abbiano a disinfettare giornalmente i locali frequentati dal pubblico; ha inoltre disposto, in armonia con analogo ordine prefettizio, che tutti i nuovi casi di influenza vengano tosto denunciati».

Anche per i giornali piemontesi era iniziata la lunga cronaca, che proseguì per tutto il 1919, dedicata a quella che si rivelerà essere la più grave pandemia della storia dell’umanità.





Nota etimologica (dalla Treccani)
Grippe s. f. (ant. m.) [dal fr. Grippe ‹ġrip› (femm.), con sign. sviluppatosi per traslato (o per incrocio con il russo chrip «raucedine, rantolo») da quello originario di «concezione o fantasia improvvisa», der. di gripper «afferrare»]. – Nome frequente in passato, oggi raro, dell’influenza (malattia): ho avuto il g. (D’Azeglio); corre epidemia di g. da queste parti? (Silone).
Il nome di “Influenza” risale invece alla testimonianza di due storici italiani, Domenico e Pietro Buoninsegni, i quali nel 1580, osservando un’epidemia molto simile, erano stati persuasi dall’influsso malefico delle stelle e l’avevano pertanto chiamata “Influenza” stellare.
In Italia fu chiamata dal popolo anche 'mal mattone' o 'mal della zucca', perche' era accompagnata da un mal di testa intenso e febbre alta.

Nota bibliografica
E. Tognotti, La "spagnola" in Italia. Storia dell'influenza che fece temere la fine del mondo (1918-1919), Franco Angeli, 2a edizione, riveduta e ampliata, 2015.

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